La ’Patafisica e Jarry

La Candela Verde

La Candela Verde

Il 28 aprile 1893 Alfred Jarry vince un premio di prosa con il suo testo Guignol, pubblicato nel mensile L’écho de Paris. In quel testo fa dire a padre Ubu, che conversa con Achras: «La patafisica è una scienza che abbiamo inventato, perché se ne sentiva generalmente il bisogno».

Cronologicamente è Ubu, il primo, a pronunciare la parola. Lo stesso dialogo è in seguito rimanipolato da Jarry nell’opera teatrale Ubu cornuto (1897). Ma la ’Patafisica è pienamente esplicitata nell’opera: Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico [1], scritta nel 1898 ma pubblicata nel 1911, quattro anni dopo la morte del suo autore.

’Patafisica (dal greco – epì metà tà phusiká -) significa letteralmente “ciò che è sopra di ciò che è dopo la fisica” (per dopo la fisica s’intende la metafisica). Jarry ne fa risalire l’origine a Ibicrate il Geometra e cioè Ippocrate di Chio (470 a.C. – 410 a.C.) è considerato uno dei più illustri geometri dell’antichità.

Nelle Gesta è il Dottor Faustroll, primo dotto docente, che compiendo un viaggio Da Parigi a Parigi per mare[2], attraversando isole, terra e letteratura, porta il lettore alle soglie della realtà e lo trascina in simbolismi largamente disponibili ad accogliere l’immaginario. Nel libro la ’Patafisica è definita ed enunciata come «La scienza delle soluzioni immaginarie…».[3]

In questo testo, che Jarry chiama Romanzo neo-scientifico, vengono esposti i principi e le finalità della ’Patafisica, detta anche scienza del particolare, perché si occupa delle leggi che reggono le eccezioni e che si sofferma sull’epifenomeno, spiegandolo attraverso la scoperta di un universo supplementare al nostro. È in questo senso che la ’Patafisica è anche stata vista come un’anticipazione della fantascienza.

Dunque, la ’Patafisica, contrariamente alle scienze volgari, non si occupa del generale ma piuttosto del particolare; non si occupa delle regole ma piuttosto delle eccezioni. Rifiutando il pregiudizio generato da visioni condizionate dall’abitudine, Jarry dimostra come sia sciocco decifrare un fenomeno in modo univoco  quando ne esistono infinite interpretazioni. Per esempio, fa notare che un orologio da polso è solitamente disegnato con una forma tonda, ma visto lateralmente è rettangolare e piatto. «Invece di enunciare la legge della caduta dei corpi verso un centro, perché non si preferisce la legge dell’ascensione del vuoto verso una periferia…».[4] Così facendo, Jarry conduce i princìpi della ‘Patafisica oltre a quelli della metafisica e considera l’universo reale nella sua totalità. Ecco come l’approccio patafisico diventa complementare alle percezioni condizionate dalle generalità.

Nell’ultimo capitolo del libro, Jarry calcola la superficie di dio che fa corrispondere al «punto tangente di zero e dell’infinito».[5]

Tania Lorandi


[1] Alfred Jarry, Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, a cura di Claudio Rugafiori, Adelphi, Milano, 1984
[2] Titolo del LIBRO III, in Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, cit. p. 39
[3] Vedi la DEFINIZIONE
[4] Vedi la DEFINIZIONE
[5] Alfred Jarry, Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, a cura di Claudio Rugafiori, Adelphi, Milano, 1984, p.141

Addentrati in un libro patafisico di ‘Patafisica che parla di Alfred Jarry.                                              – CLICCA sulla copertina per saperne di più

Riewert Ehrich
“L’ultimo desiderio di Alfred Jarry, uno stuzzicadenti”
Tradotto e rivisto da Tania Lorandi & Riewert Ehrich
143 E.P. (2016 volg.)

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